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Marchio registrato: Breve guida su cos'è, il costo, la durata, la validità, come verificare e controllare se un marchio è già registrato. Procedure sia in Italia che all'estero

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Cos'è un marchio?

Il marchio è un segno che permette di distinguere i prodotti o i servizi, prodotti o distribuiti da un'impresa, da quelli delle altre imprese.

Cosa si ottiene registrando un marchio?

Registrando un marchio si ottiene la tutela da imitazioni ed abusi da parte terzi.

Quanto dura un marchio?

Il marchio dura 10 anni dalla data di deposito ma (a differenza dei brevetti) può essere rinnovato all’infinto ogni 10 anni fino a quando lo si desidera.

La registrazione effettuata nel proprio paese ha valore internazionale?

No, i diritti derivanti dal deposito del vostro marchio in Italia sono validi esclusivamente sul territorio nazionale.


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Quali sono i costi?

I costi fissi per la registrazione del marchio italiano sono:

Euro 101 per tasse all’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi;
Euro 40 per diritti di segreteria;
Euro 16 per marca da bollo;
Euro 34 per tutelare ogni classe di prodotti/servizi oltre la prima.

 

Quanto tempo occorre per registrare un marchio?

Nella prassi, tra il momento del deposito della domanda e l’emissione del certificato di registrazione del marchio, decorre generalmente un periodo di qualche anno, seppur nel futuro le procedure saranno di molto abbreviate.


Sono tutelato già dal momento del deposito?

Si, la tutela offerta dal marchio decorre dalla data di deposito. Tuttavia se il marchio non venisse concesso il marchio sarebbe considerato come se mai fosse esistito.

 


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Perché registrare un marchio all’estero?

La decisione di registrare o non registrare un marchio all’estero, risponde alla stessa logica di quella per cui avete deciso di registrarlo nel vostro Paese: la commercializzazione dei vostri prodotti. Di conseguenza, se esportate i vostri prodotti, o intendete farlo in futuro, sarà nel vostro interesse registrare il marchio in tutti i Paesi di esportazione.

 

Cosa si può registrare come marchio?

Si possono registrare come marchio parole o simboli grafici che siano nuovi e che abbiano un carattere distintivo. Non possono quindi essere registrate come marchio le parole descrittive di senso comune. Possono essere registrati come marchi anche la forma di un prodotto, i suoni ed i colori.

 

Per registrare un marchio è necessario avere la partita IVA? 

No, anche un privato può registrare un marchio, per poi utilizzarlo in una propria impresa o cederlo ad una ditta.

 

Posso registrare il marchio da solo?

Si, anche se è sconsigliabile. La procedura richiede competenza ed esperienza per evitare di trovarsi con un marchio che non si può poi difendere dalle imitazioni.

 


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Cosa devo fare per verificare se il marchio è già registrato?

Prima di optare per un marchio nuovo per un prodotto è buona regola verificare che non ne esistano di simili.

Per farlo si procede ad effettuare una ricerca di anteriorità sul marchio, confrontandolo con marchi identici, e marchi simili, così da verificare se esistano rischi di confusione con marchi preesistenti.

Per verificare se un marchio e' registrato consigliamo di rivolgersi all'Ufficio Italiano Brevetti e Marchi:

• UIBM - Ufficio Italiano Brevetti e Marchi (marchi italiani)
URL: http://www.uibm.gov.it/uibm/dati/

Per i marchi europei/internazionali suggeriamo i seguenti link utili:

• UAMI - Ufficio per l'Armonizzazione nel Mercato Interno (marchi comunitari)
URL: http://oami.europa.eu/CTMOnline/RequestManager/it_SearchAdvanced_NoReg

• OMPI - Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale (marchi internazionali)
URL: http://www.wipo.int/branddb/en/index.jsp

• TMview - Servizio di ricerca cumulativa in 12 Uffici marchi nazionali dell'UE
URL: http://www.tmview.europa.eu/tmview/welcome.html?language=it

 

Fonte: http://ufficiobrevetti.it/


 

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La riforma della cittadinanza italiana

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Dopo oltre vent'anni di discussione in Parlamento, la Camera ha approvato la riforma della cittadinanza italiana, che è ora all'attenzione del Senato: si tratta principalmente di una riforma che vuole riconoscere il diritto alla cittadinanza italiana alle seconde generazioni di immigrati, ovvero a quei figli di immigrati che sono nati in Italia da genitori extracomunitari o che, pur non essendo nati in Italia, hanno studiato in Italia, integrandosi così nel tessuto sociale italiano. Giovani e giovanissimi che per nascita o per cultura si sentono loro stessi italiani, ma che il diritto ancora non considera tali.

In cosa consistono le modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91 (Legge sulla Cittadinanza) ?

Rispetto all'attuale impronta della legge, che prevede l'attribuzione della cittadinanza italiana in base al principio giuridico del ius sanguinis – ovvero si ha diritto alla cittadinanza italiana per nascita da almeno un genitore italiano – la riforma della cittadinanza apre al principio giuridico del ius soli temperato e del ius culturae.

Sarà cittadino italiano, dunque, non solamente chi nasce da almeno un genitore italiano, ma anche chi nasce su suolo italiano da un genitore extracomunitario (seppur con alcuni requisiti che appresso indicheremo) e anche quei giovani extracomunitari che, pur non essendo nati in Italia, hanno terminato positivamente un ciclo di studio in Italia (ius culturae). Va precisato che anche con l'attuale Legge sulla Cittadinanza questi giovani e giovanissimi possono acquisire la cittadinanza italiana per naturalizzazione ma mentre con la Legge 91/92 l'attribuzione è una potestà dello Stato, con la modifica in discussione al Senato diventa un diritto. Inoltre, mentre con l'attuale Legge questi giovani devono attendere il compimento della maggiore età per chiedere di diventare italiani, con la riforma della cittadinanza lo diventano automaticamente, una volta accertata la sussistenza dei requisiti previsti dalla legge, e lo diventano dalla nascita – nel caso di ius soli temperato – o dal termine del ciclo di studi – nel caso del ius culturae. Insomma un bel passo avanti per l'Italia nel riconoscimento dei diritti delle seconde generazioni di immigrati.


riforma_cittadinanza.jpgQuali sono i requisiti perché il figlio, nato in Italia, di un genitore extracomunitario ottenga la cittadinanza italiana per nascita ?

A tal fine dovrà possedere un permesso di soggiorno per soggiornanti di lungo periodo. Tale permesso di soggiorno viene rilasciato solamente a chi possiede la titolarità da almeno cinque anni di un permesso di soggiorno in corso di validità, un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale, un alloggio che risponda a requisiti di idoneità previsti dalla legge e, infine, conosca la lingua italiana. È proprio per la presenza di tali condizioni che si parla di ius soli “temperato” e non semplicemente di ius soli.

I requisiti, invece, affinché lo studente extracomunitario possa diventare cittadino italiano sono l'essere giunti in Italia prima del compimento del dodicesimo anno di età e la frequentazione di un corso scolastico completo, frequentazione che deve essere stata regolare e che deve concludersi in modo positivo.

Va tuttavia segnalato come il testo approvato alla Camera presenti alcuni aspetti critici che potrebbero viziare di incostituzionalità l'intera riforma della cittadinanza.

Nello specifico, proprio la richiesta del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo apre ad una discriminazione per censo tra extracomunitari che possiedono un reddito superiore – e che dunque potranno vedere i loro figli diventare cittadini italiani dalla nascita – ed extracomunitari più poveri che si vedranno negato tale fondamentale diritto della persona per i loro figli. Non solo, gli stranieri non extracomunitari, quindi i cittadini degli altri stati membri dell'UE, non possono ottenere il permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo e dunque il risultato sarebbe quello di attribuire più diritti a quegli stranieri che vengono da fuori Europa, rispetto ai cittadini europei stessi, violando le Convenzioni UE.


riforma_cittadinanza.jpgAncora, il secondo aspetto critico, che nuovamente renderebbe incostituzionale la riforma, è la attribuzione della volontà di acquisto della cittadinanza italiana per il figlio ad un solo genitore, e non ad entrambi. In questo modo si violerebbe l’articolo 29 della Costituzione che sancisce la parità tra i coniugi e anche il successivo articolo 30 stabilisce la parità di diritti e doveri dei coniugi.

Infine si rileva un terzo profilo di incostituzionalità nel fatto che non si prevede che il tutore possa effettuare la scelta di diventare cittadini italiani per le persone con disabilità psichica : in questo modo tutti gli stranieri portatori di disabilità psichica non potranno diventare cittadini italiani, a differenza di coloro che non sono portatori di tale disabilità, violando così non solo la Costituzione Italiana ma anche le Convenzioni della Comunità Europea e la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità.

Il percorso, dunque, per giungere alla approvazione definitiva della riforma della cittadinanza italiana si profila ancora lungo.


 

Articolo postato da:

Avvocato Angelo Massaro

Studio Legale in Imperia

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La revoca del provvedimento di espulsione

passaporto stranieri immigrati revoca espulsioneCon il termine di revoca espulsione si può fare riferimento a tre differenti situazioni: la revoca vera e propria di un provvedimento di espulsione, la revoca parziale di un provvedimento di espulsione cioè la riduzione del periodo di espulsione e, infine, la cancellazione dagli archivi Schengen e degli archivi di polizia italiani.

L'espulsione è la sanzione che colpisce il cittadino straniero che viola le leggi italiane in tema di immigrazione: si tratta, asi sensi del D.L. 89/2011, di un periodo di tempo durante il quale il cittadino straniero espulso non può rientrare in Italia. La determinazione del periodo di tempo spetta agli organi di polizia, in base alla gravità dei fatti commessi e va da un minimo di 3 anni ad un massimo di 5 anni. Il periodo può però superare i 5 anni nel caso l'espulsione del cittadino straniero sia per pericolosità.


passaporto stranieri immigrati revoca espulsione

 

Durante il termine del periodo di espulsione il cittadino extracomunitario non potrà rientrare in Italia automaticamente poiché il divieto di reingresso rimarrà vigente: per questo è necessario richiedere alla rappresentanza diplomatica italiana nel proprio Paese, una istanza di aggiornamento degli archivi Schengen e degli archivi di polizia italiani, al fine di ottenere nuovamente la liberà di ingresso su suolo italiano.

Alla richiesta dovranno essere allegate delle prove che si è rimasti all'estero nel periodo di tempo richiesto dal provvedimento di espulsione. A tal fine la data dalla quale si inizia a conteggiare il decorso del tempo per la maturazione del periodo di espulsione non è quella del decreto di espulsione e neppure quella della notifica allo straniero dello stesso ma quella nella quale lo stesso ha effettivamente lasciato il suolo italiano. Così, per esempio, nel caso uno straniero riceva un provvedimento di espulsione nel 2014, ma esca dal paese solamente nel 2015, sarà da quest'ultima data che si inizierà a contare il tempo per il decorso del termine.

L'onere della prova dell'effettiva uscita è a carico dello straniero, il quale dovrà dunque dimostrare alla rappresentanza diplomatica italiana nel proprio Paese quando è uscito dall'Italia e in quale forma, allegando ad esempio il timbro di uscita richiesto alla polizia di frontiera, ovvero qualsiasi altro documento che possa dimostrare che lo straniero non era in Italia in quel periodo.


passaporto stranieri immigrati revoca espulsioneCosa succede se lo straniero non inoltra la richiesta di cancellazione del provvedimento di espulsione dagli archivi Schengen e degli archivi di polizia italiani?

 

Molto semplicemente, poiché la normativa stabilisce che è lo straniero a dover dimostrare allo Stato italiano che ha effettivamente svolto il periodo di espulsione all'estero, lo Stato italiano continuerebbe a considerare il periodo di espulsione come non svolto e dunque rigetterebbe qualsiasi ulteriore richiesta di ingresso, indipendentemente dalle motivazioni con la quale viene inoltrata.

È vero che comunque avverso un decreto di diniego dell'ingresso è possibile agire in sede giudiziaria, ma la cancellazione – secondo l'iter appena descritto – è più veloce rispetto i tempi dei tribunali italiani.

Infine, al mutare della situazione di fatto o di diritto che ha portato alla emissione del decreto di espulsione, è possibile per lo straniero richiedere la revoca espulsione oppure una autorizzazione al reingresso anticipato. Entrambe le decisioni sono altamente discrezionali e il loro esito dipende dalla valutazione di opportunità dello Stato italiano.

Nel caso della richiesta di autorizzazione al reingresso anticipato, la stessa deve essere indirizzata dallo straniero extracomunitario al Ministero dell'Interno, allegando e documentando le ragioni in base alle quali si richiede la riduzione del tempo di allontanamento dal territorio italiano.

Il procedimento prevede che il Ministero dell'Interno si esprima entro 180 giorni e che, in caso di diniego della riduzione dell'espulsione, lo straniero possa presentare ricorso al TAR del Lazio o, in alternativa al giudice ordinario, qualora le motivazioni addotte siano inerenti il diritto all'unità familiare.


passaporto stranieri immigrati revoca espulsioneLa richiesta di revoca espulsione, invece, ai sensi dell'articolo 21 quinquies della legge 241/1990 va inoltrata direttamente al Prefetto che in origine ha emanato il provvedimento di espulsione, anche in questo caso documentando le circostanze sopravvenute in base alle quali si chiede la revoca, ad esempio il sopravvenuto matrimonio con un cittadino italiano. Anche in questo caso è previsto appello contro un eventuale diniego della revoca espulsione, appello che va instaurato presso il Giudice di pace.

 

 


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Avv. Angelo Massaro

Studio legale a Imperia


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Sent. n. 22803 del 21 ottobre 2015, dep. il 9 novembre 2015

CASSAZIONE, Sez. trib., Pres. Cicala, Est. Chindemi - Sent. n. 22803 del 21 ottobre 2015, dep. il 9 novembre 2015

Svolgimento del processo

Con sentenza depositata il 30.5.2014 la Commissione tributaria regionale dell’Emilia rigettava l’appello proposto dalla Motocar Service s.r.l. e dai soci F.C. e L.M. avverso la sentenza della CTP di Modena n. 186/2/13 che aveva confermato la legittimita` degli avvisi di accertamento IVA e IRAP, per l’anno 2005, con cui venivano ricostruiti indirettamente i ricavi e le operazioni imponibili ai fini IVA. Rilevava al riguardo la Commissione tributaria regionale, confermando quanto affermato gia` nella sentenza di primo grado, con riferimento alla mancata sottoscrizione degli atti impugnati dal capo dell’ufficio o da altro impiegato direttivo da lui delegato che l’atto di accertamento di impugnazione risulta sottoscritto, su delega del direttore provinciale, dal capo area abilitato da ordini di servizio. Ritiene trattarsi di delega “di firma” e non “di funzioni” che consente al funzionario delegato di sottoscrivere l’avviso di accertamento “per il direttore”, non potendo, comunque, parlarsi di illegittimita` in quanto il suo contenuto non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato. Con riferimento alla mancata attivazione del contraddittorio rilevava trattarsi di mera facolta` e non di obbligo in base alla normativa vigente (D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, comma 1 - punto 2 e D.P.R. n. 633 del 1973, art. 51, comma 1, punto 2). Riteneva, inoltre, corretto l’accertamento fondato su presunzioni semplici, ma gravi, precise e concordanti, ai sensi del D.L. n. 331 del 1993, art. 62-sexies, avendo l’Ufficio accertato gravi incongruenze tra ricavi dichiarati e quelli fondatamente desumibili dalle caratteristiche e dalle condizioni di esercizio dell’attivita` svolta o dagli studi di settore. La societa` impugna la sentenza della Commissione tributaria regionale deducendo i seguenti motivi: a) violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 42, in relazione all’art. 360 c.p.c., nullita` dell’intero procedimento in quanto l’avviso di accertamento e` privo della sottoscrizione del capo dell’ufficio o di un dirigente da lui delegato, essendo inidonei a legittimare la sottoscrizione della dott.ssa P.M.G. n. 2 ordini di servizio “in bianco”, privi del nome specifico del funzionario delegato; b) vizio di motivazione, ex art. 350 c.p.c., n. 5, per omesso esame di fatti decisivi per il giudizio oggetto di discussione tra le parti; omesso deposito di rituali delega e vizio di sottoscrizione dell’atto impositivo, rilevando come l’ordine di servizio “in bianco” non fosse equiparabile a una rituale delega; c) violazione e falsa applicazione del Legge n. 241 del 1991, art. 21, Legge n. 212 del 2000, artt. 5, 6, 7, 10 e 12, artt. 41, 47 e 48 della carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, Legge n. 146 del 1998, art. 10, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, per la mancata attivazione del preventivo contraddittorio, trattandosi di accertamento “a tavolino”; d) violazione e falsa applicazione del D.L. n. 331 del 1993, art. 62 sexies, D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. D), art. 40, D.P.R. n. 633 del 1973, art. 53; D.Lgs. n. 446 del 1997, art. 25, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, per a) mancata attivazione del contraddittorio preventivo, b) mancato controllo delle scritture contabili, c) omessa valutazione di congruita` e coerenza con gli studi di settore; e) violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. D), con riferimento all’art. 2727 c.c. sull’accertamento di maggiori ricavi, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, avendo erroneamente i giudici di merito valutata corretta la ricostruzione dei ricavi effettuata dall’Ufficio sulla base di elementi indiziari, non in grado di supportare da soli un accertamento analitico-induttivo; Giurisprudenza il fisco 46/2015 4483 x3b2://typerea;name=SJdocPDF/GUIR_ f) violazione e falsa applicazione dell’art. 2729 c.c. e dei principi sull’onere della prova, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, mancando i requisiti di gravita` precisione e concordanza al fine di stabilire il formarsi della presunzione semplice, non avendo l’Ufficio adeguato gli studi di settore alla realta` operativa della societa`; g) violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. D), art. 40, D.P.R. n. 633 del 1973, art. 54; D.Lgs. n. 446 del 1997, art. 25, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, con riferimento al metodo accertativo utilizzato dall’Ufficio che non e` quello analitico-induttivo bensı` induttivo puro, con conseguente violazione del principio della motivazione dell’avviso di accertamento. L’Agenzia delle entrate si e` costituita con controricorso. Entrambe le parti hanno presentato memoria. Il ricorso e` stato discusso alla pubblica udienza del 21.10.2015, in cui il PG ha concluso come in epigrafe.


Motivi della decisione

1. Sono parzialmente fondati ed assorbenti degli altri, i primi due motivi di ricorso esaminati congiuntamente in quanto logicamente connessi. Va preliminarmente rilevato che in base alla sentenza impugnata risulta contestata soltanto la mancanza di valida delega rilasciata dal capo dell’ufficio al funzionario firmatario del provvedimento mentre non risulta contestata la carenza di poteri del dirigente delegato. La societa` ricorrente, in violazione principio di autosufficienza, non ha allegato ne´ riportato il capo del ricorso introduttivo davanti alla CTP in cui risulterebbe eccepita anche la carenza di poteri del funzionario delegato. Trattasi, quindi, di eccezione nuova non rilevabile d’ufficio nel giudizio di legittimita`. Questa Corte ha gia` affermato che “alla sanzione della ‘nullita`’ comminata dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 42, comma 3, all’avviso di accertamento privo di sottoscrizione, delle indicazioni e della motivazione di cui al precedente comma 2, o ad al quale non risulti allegata la documentazione non anteriormente conosciuta dal contribuente, al pari delle altre norme che prevedono analoghe ipotesi di ‘nullita`’ degli atti tributari nelle diverse discipline d’imposta, non e` direttamente applicabile il regime normativo di diritto sostanziale e processuale dei vizi di ‘nullita`’ dell’atto amministrativo - che hanno trovato riconoscimento positivo nella Legge n. 241 del 1990, art. 21 septies e sistemazione processuale nel D.Lgs. 2 luglio 2010, n. 104, art. 31, comma 4, (CPA) nell’autonoma azione di accertamento della nullita` sottoposta a termine di decadenza, e nella attribuzione del potere di rilevazione ‘ex officio’ da parte del giudice amministrativo-, atteso che l’ordinamento tributario costituisce un sottosistema del diritto amministrativo, con il quale e` in rapporto di ‘species ad genus’, potendo pertanto trovare applicazione le norme generali sugli atti del procedimento amministrativo soltanto nei limiti in cui non siano derogate o non risultino incompatibili con le norme speciali di diritto tributario che disciplinano gli atti del procedimento impositivo, ostando alla generale estensione del regime normativo di diritto amministrativo, la scelta operata dal legislatore, nella sua piena discrezionalita` politica, di ricomprende nella categoria unitaria della ‘nullita` tributaria’ indifferentemente tutti i vizi ritenuti tali da inficiare la validita` dell’atto tributario, riconducendoli, indipendentemente dalla peculiare natura di ciascuno, nello schema della invalidita`- annullabilita`, dovendo essere gli stessi tempestivamente fatti valere dal contribuente mediante impugnazione da proporsi, con ricorso, entro il termine di decadenza di cui al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 21, in difetto del quale il provvedimento tributario - pure se affetto da vizio ‘nullita`’ - si consolida, divenendo definitivo e legittimando l’Amministrazione finanziaria alla riscossione coattiva della imposta. Consegue che si pone in oggettivo conflitto con il sistema normativo tributario l’affermazione secondo cui, in difetto di tempestiva impugnazione dell’atto impositivo affetto da ‘nullita`’, tale vizio possa comunque essere fatto valere per la prima volta dal contribuente con la impugnazione dell’atto consequenziale, ovvero che, emergendo il vizio dagli stessi atti processuali, possa, comunque, essere rilevato di ufficio dal giudice tributario, anche in difetto di norma di legge che attribuisca espressamente tale potere”. (Cass. 18 settembre 2015, n. 18488). E` , inoltre, inammissibile il motivo di ricorso con il quale il contribuente contesta per la prima volta in Cassazione, senza aver presentato il motivo nel ricorso originario, davanti alla CTP, che la cartella e` firmata da un incaricato con funzioni dirigenziali e non da un dirigente a seguito di concorso pubblico in quanto “quand’anche si trattasse di argomenti deducibili, indipendentemente dalle preclusioni che regolano il rito tributario, essi sarebbero stati comunque introdotti in violazione dei principi che regolano il rito in Cassazione, non potendo in nessun caso la Corte apprezzare le circostanze di fatto che costituiscono il presupposto sostanziale degli assunti del contribuente, il cui onere di allegazione e prova in ordine a detti fatti appare comunque manifesto e imprescindibile” (Cass. 20 ottobre 2015, n. 21307). 2. Nel caso di specie non e` oggetto di contestazione e risulta dalla sentenza impugnata che la delega (non rileva, per i rilievi che saranno formulati successivamente, di firma o di funzioni, non essendo stato riprodotto o allegato il relativo documento) sia formalizzata attraverso un ordine di servizio “in bianco”. Ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 42 “gli accertamenti in rettifica e gli accertamenti d’ufficio sono portati a conoscenza dei contribuenti mediante la notificazione di avvisi sottoscritti dal capo dell’ufficio o da altro impiegato della carriera direttiva da lui delegato”. Va, al riguardo, osservato come non appaia decisiva la modalita` di attribuzione della delega che puo` essere conferita o con atto proprio o con ordine di servizio, purche´ venga indicato, unitamente alle ragioni della delega (ossia le cause che ne hanno resa necessaria l’adozione, quali carenza di personale, assenza, vacanza, malattia, etc.) il termine di validita` e il nominativo del soggetto delegato. Non e` sufficiente, in entrambe le tipologie di deleghe (di firma o di funzione) l’indicazione della sola qualifica professionale del dirigente destinatario della delega, senza alcun riferimento nominativo alla generalita` di chi effettivamente rivesta tale qualifica. Devono, quindi, ritenersi illegittime le deleghe “impersonali”, anche “ratione officii”, senza indicare nominalmente il soggetto delegato e tale illegittimita` si riflette sulla nullita` dell’atto impositivo. Il D.L. 15 giugno 2015, n. 78, art. 4 bis, conv. in Legge n. 125 del 2015, ancorche´ non applicabile alla fattispecie, tuttavia disciplina l’istituto della “delega” sancendo che la stessa sia nominativa, prevedendo che “in relazione all’esigenza di garantire il buon andamento e la continuita` dell’azione amministrativa, i dirigenti delle Agenzie fiscali, per esigenze di funzionalita` operativa, possono delegare, previa procedura selettiva con criteri oggettivi e trasparenti, a funzionari della terza area, con un’esperienza professionale di almeno cinque anni nell’area stessa, in numero non superiore a quello dei posti oggetto delle procedure concorsuali indette ai sensi del comma 1 e di quelle gia` bandite e non annullate alla data di entrata in vigore della legge di conGiurisprudenza 4484 il fisco 46/2015 x3b2://typerea;name=SJdocPDF/GUIR_ versione del presente Decreto, le funzioni relative agli uffici di cui hanno assunto la direzione interinale e i connessi poteri di adozione di atti, escluse le attribuzioni riservate ad essi per legge, tenendo conto della specificita` della preparazione, dell’esperienza professionale e delle capacita` richieste a seconda delle diverse tipologie di compiti, nonche´ della complessita` gestionale e della rilevanza funzionale e organizzativa degli uffici interessati, per una durata non eccedente l’espletamento dei concorsi di cui al comma 1 e, comunque, non oltre il 31 dicembre 2016....”. Nel caso concreto non e` contestato che il direttore provinciale abbia genericamente affidato e diversi capi ufficio e capi team della terza area la firma degli atti senza alcuna indicazione del nome del funzionario delegato. Trattasi, quindi di delega nulla in quanto, come gia` rilevato, priva del nominativo del dirigente delegato, non potendo la delega essere fatta “per relationem” con riferimento a un soggetto incerto, ben potendo i capi uffici o capi team al momento della delega non essere piu` tali al momento della sottoscrizione degli atti impositivi (per trasferimento, pensionamento etc.) e non potendo essere sostituiti dei soggetti eventualmente subentranti neanche individuabili al momento del conferimento della delega a cui non puo` riconoscersi ultrattivita` con riferimento a possibili mutamenti di qualifica di soggetti individuati, al momento del conferimento della delega, solo per relationem con riferimento all’incarico ricoperto. La c.d. delega “in bianco”, priva del nominativo soggetto delegato deve quindi essere considerata nulla non essendo possibile verificare agevolmente da parte del contribuente se il delegatario avesse il potere di sottoscrivere l’atto impugnato e non essendo ragionevole attribuire al contribuente una tale indagine amministrativa al fine di verificare la legittimita` dell’atto. Vanno, conseguentemente accolti, nei limiti indicati, il primo e secondo motivo di ricorso, assorbiti gli altri, cassata senza rinvio l’impugnata sentenza e, non essendo necessari ulteriori accertamenti di merito, ex art. 384 c.p.c., accolto l’originario ricorso introduttivo e annullati gli avvisi di accertamento impugnati. L’evolversi della giurisprudenza in epoca successiva alla presentazione del ricorso costituisce giusto motivo per la compensazione delle spese dell’intero giudizio.

P.Q.M.

Accoglie il primo e secondo motivo di ricorso, assorbiti gli altri, cassa l’impugnata sentenza e, decidendo nel merito, accoglie l’originario ricorso introduttivo e annulla gli avvisi di accertamento impugnati. Dichiara compensate le spese dell’intero giudizio. 

Primo licenziato con il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti

Ero felicissimo, poi il fulmine a ciel sereno: "c'è un calo di lavoro, non possiamo più tenerti e tutto finisce".

Queste le parole di Mario, operaio trentunenne presso la Pigna Envelopes (produttrice dei bloc-notes) di Tolmezzo, in provincia di Udine.

Padre di due figli di 12 e 3 anni ed assunto tramite il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti.

Il licenziamento è avvenuto dopo soli otto mesi dalla firma della lettera di assunzione.

Continua durante l'intervista: "l'azienda ci aveva sempre detto di stare tranquilli, e che per tre anni stavamo sicuri, se sei precario, te lo puoi aspettare. Se sai di essere a tempo indeterminato, no. E invece ho scoperto così che ero precario lo stesso."

 

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